L’idea di un “capitalismo rigenerativo”: intervista a Gregoire Desforges, Presidente di Baglio di Pianetto

Nato a Parigi nel 1989, Grégoire Desforges guida oggi Baglio di Pianetto, la cantina fondata dai nonni Paolo e Florence Marzotto a Santa Cristina Gela. Ha scelto la Sicilia per dare forma a un progetto giovane e radicato: vini d’altura, olio di montagna, staff a chilometro zero, in grado di inserirsi nella topografia del territorio. Alla base, l’idea di un «capitalismo rigenerativo», capace di produrre valore, rimetterlo in circolo e restituirlo alla comunità.

Lei ha definito il proprio ruolo come quello di un «custode temporaneo» di un valore ricevuto dalle generazioni precedenti. Che cosa significa concretamente custodire un’azienda familiare senza limitarsi a conservarla?

Significa prima di tutto essere consapevoli di essere di passaggio. La terra esiste da milioni di anni, mentre noi abbiamo la responsabilità di custodirla soltanto per un periodo limitato. Oggi, però, la terra è in difficoltà: per questo non basta conservare ciò che di buono è stato fatto dalle generazioni precedenti. Ogni generazione deve cercare di migliorarlo e adattarlo alle esigenze del proprio tempo.

La mia storia con Baglio di Pianetto affonda le radici nell’infanzia. Mio nonno ha fondato l’azienda quando avevo sette anni e io sono praticamente cresciuto qui. Persone come Fernando, che ha seguito per anni la tenuta come agronomo, mi hanno visto fare i primi passi. Il gruppo di lavoro è come una famiglia e riprendere questo progetto è stata una scelta dettata dal cuore, ma anche una sfida molto affascinante.

La mia missione è salvaguardare questo patrimonio, ma non attraverso una semplice conservazione. Non voglio fare qualcosa di artificialmente straordinario: voglio piuttosto far emergere ciò che questa terra e questo territorio sono già in grado di offrire.

Baglio di Pianetto è stato costruito dalle persone che lo hanno vissuto e lavorato. Per questo il progetto deve avere certamente una sostenibilità economica, ma anche un obiettivo ambientale e sociale. Custodire significa valorizzare la terra, le persone e la biodiversità che abbiamo ricevuto, affinché possano essere consegnate più forti alla generazione successiva.

È da questa idea di biodiversità che nasce anche lo sviluppo di produzioni diverse dal vino, come l’olio extravergine di montagna? Si tratta di una diversificazione commerciale oppure della costruzione di un progetto agricolo più ampio?

Le due dimensioni procedono insieme. Nel caso dell’olio, per esempio, non siamo partiti da zero: gli ulivi e la produzione esistevano già. Anche in questo caso abbiamo cercato di migliorare ciò che avevamo ricevuto, rafforzandone la qualità e costruendo intorno al prodotto una nuova identità.

Nonostante le difficoltà e l’andamento dei prezzi, l’olio è un settore che continua a crescere e sul quale riteniamo necessario investire. Ma il punto non è soltanto ampliare la gamma commerciale di Baglio di Pianetto.

Una parte fondamentale del progetto consiste nel proporre prodotti originali e fortemente legati al territorio, partendo naturalmente dall’uva, ma anche dall’olio e dalle altre risorse agricole presenti. Vogliamo rigenerare in maniera contemporanea ciò che la biodiversità delle aree interne siciliane è in grado di offrire, anche a livello attrattivo.

 La diversificazione, quindi, non rappresenta un allontanamento dalla nostra identità. Al contrario, è un modo per comprenderla meglio ed esprimerla in maniera più completa. Dalle produzioni agricole all’accoglienza, ogni componente deve nascere dalla stessa matrice: la terra e il territorio dove Baglio di Pianetto vive e si rigenera semplicemente.

È proprio da questa volontà di trasformare le risorse del territorio in un’esperienza più ampia che nasce il vostro progetto di “turismo rigenerativo”? In che cosa si distingue dal tradizionale enoturismo e quali benefici concreti dovrebbe lasciare alla comunità locale?

Il turismo rigenerativo implica l’assunzione di un impegno concreto nei confronti del territorio. Non significa soltanto accogliere visitatori in cantina o offrire loro una degustazione, ma fare in modo che la presenza dell’impresa e dei suoi ospiti produca un beneficio duraturo per il luogo e per la comunità.

Sul piano sociale, questo significa innanzitutto privilegiare uno staff a chilometro zero, coinvolgendo persone del territorio e contribuendo alla crescita del tessuto economico locale, soprattutto in un’area interna che presenta anche condizioni di fragilità.

Vogliamo educare le persone alla circolarità, al rapporto con la natura e, in qualche modo, al ritorno alla terra. Stiamo esplorando anche pratiche agricole innovative, come l’agricoltura sintropica, perché il progetto deve essere rigenerativo non soltanto per l’ambiente, ma anche per le persone che lo vivono.

Il nuovo progetto di ospitalità è stato concepito a partire dalla topografia del paesaggio. Non vogliamo imporre una struttura al territorio, ma realizzare un’infrastruttura capace di seguirne le forme e di inserirsi armoniosamente nella natura. È un investimento smart, perché l’efficienza ambientale, nel tempo, genera anche efficienza economica.

Per me la sostenibilità funziona proprio così: ciò che restituisci al territorio, prima o poi, ritorna. È una sorta di karma dell’efficienza. La nostra idea di Simple Luxury nasce da questo principio: offrire entro il 2027 un’ospitalità di qualità, immersiva e rispettosa, capace di coniugare natura, silenzio, cultura ed esperienze enogastronomiche.

Questa trasformazione dell’identità aziendale ha interessato anche il posizionamento commerciale. Qual è oggi la situazione di Baglio di Pianetto sui mercati esteri?

Anche sul mercato abbiamo avviato un riposizionamento coerente con la nostra nuova filosofia. Questo percorso ha comportato inevitabilmente alcuni cambiamenti, compresa la scelta di nuovi importatori e partner commerciali.

La fase legata ai dazi statunitensi per noi è stata una fase in cui avevamo scelto di mettere in stand by le esportazioni verso gli States per affrontare quel mercato mantenendo la nostra filosofia e oggi siamo rientrati su quel mercato con un buyer maggiormente in linea con il nostro posizionamento qualitativo.

L’estero sta crescendo e abbiamo consolidato un incremento di circa il 13 per cento. Attualmente la Sicilia rappresenta all’incirca il 50 per cento del nostro mercato, mentre l’export pesa per circa il 30 per cento. Sono dati che mostrano come il legame con il territorio e l’apertura internazionale non siano in contraddizione.

Anche il rebranding risponde alla stessa logica. La qualità rimarrà il nostro punto fermo, ma dobbiamo essere capaci di interpretare l’evoluzione dei consumi. Personalmente, per esempio, il vino dealcolato non appartiene alla mia cultura enologica. Tuttavia ritengo etico cercare soluzioni di qualità anche per chi non può o non vuole consumare alcol. L’importante è affrontare questi cambiamenti senza inseguire semplicemente le mode e senza perdere coerenza.

La nuova identità di alcune etichette richiama anche la lingua e la cultura arbëreshe. Quanto è importante, per un’impresa vitivinicola, raccontare non soltanto il paesaggio, ma anche la memoria culturale e sociale della comunità in cui opera?

È fondamentale, perché un territorio non è composto soltanto dalla sua terra o dal suo clima. È fatto anche dalle persone, dalla lingua, dalle tradizioni e dalle storie che vi si sono sviluppate.

Circa l’80 per cento dello staff aziendale a è legato alla cultura arbëreshe. Parliamo di una cultura di grande valore, ma anche fragile, che rischia progressivamente di scomparire. Per noi raccontarla significa riconoscere ciò che il territorio ci ha dato e restituirgli qualcosa.

Anche qui ritorna il concetto di karma: quando un’impresa riconosce il valore della comunità in cui opera, è il territorio stesso a riconoscere l’impresa e a rafforzarne l’identità.

Io stesso sono figlio di più territori e di diverse culture. Per questo considero importante sapersi adattare, ma anche portare con sé e valorizzare le identità incontrate lungo il percorso.

Il limite di una certa idea di capitalismo è quello di estrarre valore senza restituirlo. Noi vogliamo provare a costruire un modello diverso, fondato sulla circolarità: prendere ciò che il territorio offre, trasformarlo con rispetto e reinvestire parte del valore generato nella comunità, nel paesaggio e nella tutela della sua memoria.

Guardando ai prossimi dieci anni, quale risultato le farebbe dire di avere realmente rinnovato Baglio di Pianetto senza tradire la visione originaria di suo nonno Paolo Marzotto?

Abbiamo molti progetti in corso alcuni dei quali particolarmente ambiziosi. In questi primi anni abbiamo lavorato sul posizionamento, aumentando il valore percepito dei nostri vini e costruendo le condizioni per sostenere un prezzo più coerente con la loro qualità.

Nei prossimi anni vorrei che la cantina diventasse un vero polo di ospitalità, cultura ed eventi, senza smettere di essere innanzitutto un’azienda agricola e vitivinicola.

Il risultato più importante sarebbe riuscire a tenere insieme tutte le componenti del nostro eco-sistema: la qualità delle nostre produzioni, la biodiversità, lo sviluppo del “turismo rigenerativo”, la tutela del paesaggio e della sua cultura secolare, l’occupazione locale.

Se riusciremo in questo progetto circolare, nel quale la dimensione ambientale, quella economica e quella sociale si rafforzano reciprocamente, allora potrò dire di avere rinnovato Baglio di Pianetto senza tradire la visione di mio nonno.

Custodire la sua eredità, per me, significa proprio questo: non replicare ciò che ha fatto, ma continuare a far vivere la sua intuizione, adattandola al mondo di oggi e consegnandola più forte alle generazioni che verranno.