AIC: «L’ acqua torni al centro della politica agricola nazionale»

Santoianni: «Non basta avere più acqua: dobbiamo imparare a conservarla e utilizzarla meglio». AIC richiama l’urgenza di intervenire su reti, accumulo e innovazione per mettere le imprese agricole nelle condizioni di programmare.

La disponibilità di acqua è diventata una questione centrale per l’agricoltura italiana. Da questa risorsa dipendono la capacità produttiva delle imprese, la tenuta economica dei territori rurali e, in prospettiva, la sicurezza alimentare del Paese.

È un tema sul quale l’Associazione Italiana Coltivatori (AIC) richiama da tempo l’attenzione, ponendo al centro non soltanto la disponibilità della risorsa, ma anche la necessità di migliorarne l’allocazione e la produttività economica: produrre meglio, utilizzando l’acqua in modo più efficiente e sostenibile.

Secondo i dati pubblicati da ISPRA nel 2026, nel corso del 2025 la disponibilità di risorsa idrica rinnovabile in Italia è stata stimata in circa 128 miliardi di metri cubi: oltre il 7% in meno rispetto alla media di lungo periodo, circa il 4% sotto la media del trentennio climatologico più recente e il 19% in meno rispetto al 2024.

Una situazione che presenta profonde differenze territoriali. Nel 2025 il Nord ha beneficiato maggiormente delle precipitazioni, mentre Centro e Sud hanno continuato a confrontarsi con condizioni di siccità da moderata a estrema, con particolare criticità nelle aree insulari.

A fotografare più direttamente le difficoltà del settore agricolo sono i dati ISTAT.

Nel 2024 oltre nove aziende agricole italiane su dieci hanno segnalato difficoltà legate all’irrigazione. Nel Mezzogiorno il fenomeno assume dimensioni ancora maggiori: il 97,5% delle aziende al Sud e il 98,8% nelle Isole, con una punta del 99,2% in Sicilia. E tra le imprese che dichiarano problemi irrigui, quasi sei su dieci sono aziende di piccole dimensioni, fino a dieci ettari.

Dietro queste percentuali ci sono agricoltori e imprese che devono decidere se seminare, quanto produrre, quali colture mantenere e quali investimenti affrontare senza poter più considerare stabile la disponibilità della risorsa fondamentale per la propria attività: l’acqua.

Oltre l’emergenza estiva «l’acqua deve tornare al centro della politica agricola»

«La questione non riguarda soltanto quanta acqua abbiamo a disposizione, ma anche come riusciamo a conservarla, distribuirla e utilizzarla. Per l’agricoltura significa aumentare l’efficienza della risorsa e mettere le imprese nelle condizioni di programmare produzioni e investimenti. La siccità non può più essere affrontata come emergenza», osserva Giuseppino Santoianni, presidente dell’Associazione Italiana Coltivatori.

«Quando un’azienda perde una parte del raccolto non perde soltanto prodotto: perde reddito, competitività e investimenti realizzati durante un’intera annata. Quando questo accade contemporaneamente a migliaia di imprese, le conseguenze riguardano l’intero sistema agroalimentare», prosegue il presidente di AIC.

Il rischio è un circolo vizioso: minore disponibilità d’acqua, minori rese agricole, maggiori costi di produzione, progressivo abbandono delle aree rurali e crescente dipendenza dalle importazioni alimentari.

Per questo, secondo l’AIC, cambiare prospettiva significa guardare oltre l’emergenza estiva.

«Continuare a intervenire soltanto quando campi e invasi sono già in sofferenza significa arrivare sempre troppo tardi. L’acqua è politica agricola e gestione del territorio», sottolinea Santoianni.

Per il presidente dell’AIC occorre intervenire sull’intero ciclo della risorsa: ridurre le dispersioni, aumentare la capacità di accumulo nei periodi di maggiore disponibilità, favorire il riutilizzo delle acque depurate e sostenere sistemi irrigui più efficienti.

«In questo quadro, la modernizzazione delle reti è una priorità. L’Italia presenta livelli di dispersione dell’acqua potabile tra i più elevati in Europa e, in alcune regioni del Mezzogiorno, oltre la metà dell’acqua immessa nelle reti non raggiunge gli utenti. In una fase di crescente scarsità idrica, disperdere una quota così consistente della risorsa non è più sostenibile», sottolinea Santoianni.

«A questo deve accompagnarsi un investimento nell’agricoltura di precisione, nella sensoristica e nei sistemi di irrigazione intelligente, insieme alla ricerca agronomica e a strumenti più efficaci di monitoraggio della siccità e dei fabbisogni delle colture», prosegue.

«Ma il tema non è soltanto infrastrutturale. Una politica dell’acqua moderna deve interrogarsi anche sulla capacità di utilizzare la risorsa dove può produrre maggiore valore, riducendo gli sprechi e migliorando il rapporto tra acqua impiegata e produzione agricola. Aumentare la produttività dell’acqua non significa perseguire esclusivamente la massimizzazione delle produzioni, ma utilizzare meglio una risorsa destinata a diventare sempre più preziosa, salvaguardandone nel tempo la disponibilità e gli equilibri ambientali. Infrastrutture, innovazione, efficienza e tutela della risorsa devono quindi diventare parti di una stessa politica».

Partire dalla fonte «La sicurezza alimentare comincia dall’acqua».

Secondo il presidente dell’AIC, il cambiamento delle condizioni climatiche impone di programmare oggi l’agricoltura dei prossimi vent’anni.

«La disponibilità di acqua è una condizione essenziale per continuare a produrre cibo. Ma di fronte a una risorsa sempre più contesa non possiamo limitarci a chiederne di più: dobbiamo essere capaci di conservarla, utilizzarla meglio e creare le condizioni perché gli agricoltori possano produrre in modo efficiente anche in uno scenario climatico profondamente diverso dal passato», osserva Santoianni.

Per l’AIC la questione idrica assume quindi una dimensione che richiede una programmazione stabile, capace di coordinare investimenti, infrastrutture, innovazione e governo della risorsa tra i diversi livelli istituzionali.

«È su questa capacità di programmazione che si misurerà una parte importante della tenuta futura del nostro sistema agricolo», conclude il presidente di AIC.