Vendemmia 2026, la sfida di un clima che cambia
Il caldo anticipa la raccolta e la siccità riduce le rese. Dai vignaioli arriva la fotografia di una viticoltura chiamata ad adattarsi.
di marco mabritto
La vendemmia italiana si misura sempre più con un clima che cambia. Temperature elevate, scarsità d’acqua e maturazioni anticipate stanno modificando tempi e modalità della raccolta, con effetti che non riguardano soltanto la quantità di uva prodotta, ma anche le caratteristiche del vino e l’organizzazione delle aziende.
Nel 2026 la maggior parte dei viticoltori italiani ha anticipato la vendemmia, in alcuni territori anche di diversi giorni rispetto alla consuetudine. A Montefalco, in Umbria, è stata ribattezzata «l’annata dei tre 10»: dieci giorni di anticipo, una riduzione della quantità raccolta nell’ordine del 10% e circa 10 litri di vino in meno ogni 100 chilogrammi di uva. Un caso che fotografa una tendenza più ampia: rispetto a quarant’anni fa, in molte aree viticole la raccolta è stata anticipata mediamente di due o tre settimane.
Il 2026 ha reso particolarmente evidente il problema. Temperature superiori alla media già tra febbraio e aprile hanno favorito un germogliamento precoce. Poi le grandinate di fine maggio e, da giugno, le ondate di calore hanno accelerato la maturazione. A questo si è aggiunta una disponibilità d’acqua inferiore al normale.
La siccità non significa soltanto meno uva. Lo stress idrico può rendere gli acini più piccoli e leggeri, riducendo la resa, mentre la maggiore concentrazione degli zuccheri può determinare vini con una gradazione alcolica più elevata. Cambiano inoltre acidità, tannini e polifenoli, elementi importanti per la qualità e per il rispetto dei disciplinari delle denominazioni.
Anche il lavoro nei vigneti è diventato più complesso. La vendemmia, normalmente distribuita nell’arco di diverse settimane, quest’anno in molti casi si è concentrata in pochi giorni, spesso caratterizzati da temperature elevate. Varietà differenti sono arrivate alla maturazione quasi contemporaneamente, aumentando il fabbisogno di manodopera e rendendo ancora più importante la capacità di intervenire rapidamente.
Alcuni produttori stanno valutando di trasferire vigneti a quote più elevate, dove le temperature sono inferiori e le notti più fresche. Una soluzione che però comporta maggiori costi, difficoltà di meccanizzazione e terreni più complessi da raggiungere.
Altri guardano invece alla scelta dei vitigni. L’obiettivo è individuare varietà capaci di sopportare meglio il caldo e mantenere un buon livello di acidità anche in condizioni di stress. Ma la viticoltura deve fare i conti con i disciplinari delle denominazioni, che stabiliscono quali varietà possono essere utilizzate.
Questa fotografia emerge anche dalle voci dei produttori raccolte sul campo e attraverso interviste realizzate in occasione della 23ª edizione di Vinòforum, a Villa Borghese a Roma. La manifestazione, con oltre 800 cantine e 3.200 vini in degustazione, ha avuto come claim «Behind every taste». Dietro ogni assaggio c’è l’apprezzata qualità, frutto della biodiversità dei nostri territori, ma anche una domanda pressante che si pone il mondo del vino: come continuare a produrre nei territori di sempre quando il clima non è più quello a cui la vite era abituata?
