UE–Mercosur: il difficile equilibrio tra apertura e tutela dell’agricoltura europea

L’accordo UE-Mercosur alla prova dei fatti: liberalizzazione, sostenibilità e futuro delle campagne europee.

Prof. Fulvio Maria Palombino – ordinario di diritto internazionale nell’Università di Roma Tor. Vergata

Erano più di venticinque anni che l’Unione europea e i Paesi del Mercosur inseguivano l’obiettivo di un grande accordo di partenariato. Nel dicembre 2024 quell’obiettivo si è realizzato, con l’intesa politica che a grandi linee ha definito i termini di ciò che è destinato a divenire uno dei più vasti accordi commerciali mai conclusi dall’Unione. Non parliamo di un semplice abbattimento di dazi: siamo di fronte a un accordo che ridisegna rapporti economici, stabilisce regole comuni e si misura con temi oggi centrali come la sostenibilità ambientale e la sicurezza alimentare.

Per comprendere la portata dell’intesa occorre muovere da un dato di fatto: oltre il 90% degli scambi tra Europa e Mercosur sarà liberalizzato. Il che significa che automobili, macchinari e prodotti industriali europei troveranno porte più aperte in America Latina, mentre carne, zucchero, etanolo e altri beni agricoli sudamericani entreranno in Europa con barriere ridotte o nulle. È evidente che un simile scenario non può lasciare indifferente il nostro settore agricolo. Alcune filiere – si pensi al vino e ai formaggi, che potranno contare sul riconoscimento delle denominazioni d’origine – hanno davanti opportunità significative; altre, come quelle della carne bovina, del pollame o del riso, rischiano invece di subire pressioni concorrenziali notevoli, poiché si troveranno a competere con produzioni realizzate a costi molto più bassi.

Gli accordi non si limitano però a fissare percentuali di dazi o quantità ammesse. Essi pongono condizioni precise. Nessun prodotto potrà varcare le frontiere dell’Unione se non conforme agli standard europei, che restano tra i più severi al mondo in materia di sicurezza alimentare, benessere animale e tutela dell’ambiente. Non vi sarà alcuna deroga all’obbligo di rispettare i limiti sui residui chimici, al divieto di ormoni nella crescita animale o alle regole che proteggono la salute dei consumatori. A questa cornice si aggiunge un elemento di rilievo storico: l’inserimento dell’Accordo di Parigi sul clima come “elemento essenziale” del trattato: il mancato rispetto degli impegni climatici integrerà una infrazione tutt’altro che marginale, sanzionata con misure che si spingono fino alla sospensione delle concessioni commerciali. È un segnale forte, che lega indissolubilmente commercio e sostenibilità.

D’altra parte, tra previsione e attuazione permane un divario. Le clausole di salvaguardia, che consentono di intervenire in caso di squilibri gravi sul mercato, esistono sulla carta, ma la loro applicazione richiederà procedure accurate, dati oggettivi e decisioni politiche coraggiose. Le misure in difesa della sostenibilità ambientale sono un passo avanti rispetto al passato, ma resta da verificare la loro effettiva capacità di incidere, soprattutto in Paesi dove la deforestazione e il cambiamento d’uso dei suoli restano fenomeni concreti e preoccupanti. È questa la vera sfida: trasformare clausole e impegni formali in controlli reali e in rimedi efficaci.

Sul piano istituzionale, l’accordo ha compiuto un passo decisivo lo scorso 3 settembre, quando la Commissione europea ha trasmesso al Consiglio la proposta di firma e conclusione, accompagnata da un “Interim Trade Agreement” che dovrebbe consentire di applicare fin da subito la parte commerciale. Questa scelta riflette la natura complessa del trattato: alcune disposizioni rientrano nelle competenze esclusive dell’Unione, altre richiedono la ratifica di tutti gli Stati membri e dei loro Parlamenti. Ne consegue che l’attuazione sarà probabilmente graduale, con la parte economica destinata ad entrare in vigore sin da subito, laddove le clausole politiche, ambientali e sociali seguiranno un iter più lungo e accidentato.

Di qui i timori degli agricoltori europei. Se i dazi cadranno rapidamente, mentre i controlli ambientali e le clausole di salvaguardia resteranno in sospeso, l’effetto pratico si tradurrà in uno squilibrio destinato a penalizzare proprio le filiere più fragili. La Commissione ha tentato di rispondere introducendo misure di protezione e richiamando strumenti già operativi, come il regolamento europeo sulla deforestazione, che vieta l’importazione di prodotti provenienti da aree illegalmente disboscate. Ma resta la sensazione che molto dipenderà dalla capacità concreta di applicare regole e verifiche, e non solo dalla loro affermazione.

L’Italia, in questo contesto, occupa una posizione particolare. Il nostro Paese vanta eccellenze riconosciute a livello mondiale, che trarranno beneficio dal rafforzamento delle tutele predisposte sul piano normativo e dall’apertura di nuovi mercati. Ma possiede anche comparti delicati – tale è il caso degli allevamenti bovini e avicoli o del settore risicolo – che potrebbero essere messi a dura prova da importazioni crescenti. È dunque indispensabile che l’Unione e l’Italia adottino strumenti adeguati di accompagnamento, investendo nell’innovazione, nella sostenibilità e nella competitività delle nostre aziende. Non si tratta di opporsi al cambiamento, ma di governarlo, affinché non si traduca in un impoverimento delle campagne.

Ancora: questo accordo non è solo un negoziato commerciale, ma un laboratorio giuridico e politico. Esso mette alla prova la capacità dell’Unione di integrare obiettivi economici e valori fondamentali, rivelando che la liberalizzazione degli scambi non è suscettibile di essere disgiunta dalla tutela del clima, della salute e dei diritti. Si tratta di un cambio radicale di paradigma che, se attuato con serietà, fungerà da modello per trattati futuri. Ma il rischio di fallire è reale: se le clausole di sostenibilità resteranno lettera morta, se i meccanismi di salvaguardia si riveleranno lenti o inefficaci, se i controlli sulle importazioni non saranno rigorosi, allora la credibilità stessa dell’Unione come attore globale ne uscirebbe indebolita.

Oggi, a distanza di pochi mesi dalla svolta politica, l’accordo è entrato in una fase decisiva. La firma e l’avvio dell’applicazione provvisoria sono all’orizzonte, ma la ratifica completa richiederà tempo e consenso unanime. Nel frattempo, l’agricoltura europea si trova davanti a una sfida inedita: aprirsi a un mercato immenso senza rinunciare alla propria identità, proteggere le filiere locali senza chiudersi in difese sterili, dimostrare che competitività e sostenibilità possono camminare insieme. È una sfida che non riguarda solo i governi o le istituzioni, ma anche gli agricoltori, le cooperative, le imprese che ogni giorno fanno vivere il nostro modello agricolo.

Il destino dell’accordo UE–Mercosur si giocherà dunque su un equilibrio sottile. Da un lato la promessa di nuovi mercati, di opportunità per i nostri prodotti di qualità e di un partenariato strategico con una regione in forte crescita. Dall’altro lato il timore di un impatto negativo sulle filiere più esposte e la necessità di assicurare che le regole siano rispettate fino in fondo. Nel quadro di questo equilibrio precario, l’Unione dovrà dimostrare di saper conciliare apertura e protezione, visione globale e attenzione al territorio. Solo così questo trattato potrà trasformarsi da fonte di divisione a opportunità condivisa, da incognita a leva di crescita per l’agricoltura europea e italiana.