Rapporto Italia 2025, intervista al Prof. Gian Maria Fara presidente di Eurispes
In un tempo attraversato da transizioni radicali e incertezze strutturali, il Rapporto Italia 2025 dell’Eurispes – giunto alla sua 37ª edizione – invita a sollevare il velo delle apparenze per tornare a leggere la realtà con lucidità e “pensiero essenziale”.
In un tempo attraversato da transizioni radicali e incertezze strutturali, il Rapporto Italia 2025 dell’Eurispes – giunto alla sua 37ª edizione – invita a sollevare il velo delle apparenze per tornare a leggere la realtà con lucidità e “pensiero essenziale”.
È questa la prima considerazione che emerge dall’analisi che, ogni anno, l’Eurispes consegna alle istituzioni, l’Ente di ricerca nato nel 1982 dalla volontà di un gruppo di studiosi, accademici e operatori istituzionali, con l’obiettivo di promuovere una lettura critica e interdisciplinare della società italiana, affermatosi nel tempo per il suo approccio autonomo e originale distinto da quello strettamente statistico dell’Istat e dalle analisi di taglio socio-economico di altri enti, contribuendo a restituire una lettura della realtà utile a comprendere gli scenari futuri.
Sei le dicotomie tematiche – unione/divisione, cura/incuria, concentrazione/distribuzione, scelta/obbligo, speranza/rinuncia, agio/disagio – che prefigurano una società in bilico tra fragilità e possibilità, tra crisi di senso e ricerca di nuovi orientamenti.
Ne ho voluto discutere con il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, al quale mi lega una lunga conoscenza e un’amicizia fondata sulla stima reciproca e sul confronto leale, a partire dalle riflessioni introduttive contenute nel Rapporto che ripropongono con forza il tema della visione di lungo periodo, del ruolo dell’educazione e della necessità di un “Patto per la democrazia” capace di rinnovare i meccanismi istituzionali e culturali del nostro Paese.
1.
Nel 2016 l’Eurispes lanciò l’idea di un’Agenzia per il futuro, per superare la cultura dell’emergenza e promuovere una visione di lungo periodo. Quali ostacoli ne hanno frenato l’attuazione e perché ritieni che quella proposta sia ancora attuale oggi?
Nel 2016 inviammo una lettera aperta all’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, con la quale proponevano la costituzione di una “Agenzia per il futuro”, con l’obiettivo di affermare nel nostro Paese l’abitudine alla programmazione di ampio respiro, capace di superare una radicata visione a breve termine che frena, ancora oggi, la nostra crescita.
I tempi straordinari che viviamo determinano una situazione nella quale l’incertezza e l’instabilità stanno diventano una norma, un dato permanente in grado di condizionare ogni nostra possibilità di ulteriore sviluppo. La prima risposta possibile al mondo contemporaneo e alle sue alte sfide sta nell’avere la volontà e la capacità di misurarsi con queste condizioni di straordinarietà che ci è dato di vivere, nell’avere la lungimiranza di immaginare possibili percorsi di crescita orientati nel medio e lungo periodo e non condizionati e limitati soltanto dalla necessità di dover dare risposte a continue situazioni di emergenza.
Riteniamo ancora valida, e persino più urgente, la proposta per delineare visioni, piani, programmi finalizzati a elaborare scenari di progresso condiviso: una autentica programmazione politica appare indispensabile per restituire autorevolezza alle Istituzioni (in primis del Parlamento, spesso percepito come un luogo autoreferenziale) e quindi recuperare la fiducia dei cittadini, e per frenare i processi di frammentazione e di polarizzazioni della società italiana.
2.
Da tempo inviti a superare la logica del “contro” in favore di una cultura del “per”, capace di rigenerare la democrazia. È un tema che abbiamo spesso condiviso anche nei nostri dialoghi. Oggi, vedi segnali – anche minimi – che ci indichino una possibile inversione di rotta?
Continuiamo a sperarlo e a crederlo possibile, nonostante la tendenza alla divisione pregiudiziale rimanga abitudine diffusa, e non solo in Italia. La nostra politica, che troppo spesso tende alla divisione, alla netta contrapposizione degli orientamenti, deve invece maturare la consapevolezza che la prospettiva del Paese non può essere costruita con la logica dell’amico/nemico, l’amicus/hostis di schmittiana memoria. Occorre guardare avanti e procedere in una diversa direzione. Occorre cercare di costruire un futuro per il Paese attraverso la concordia e il contributo di tutte le componenti della società. Il nostro Paese si mostra spesso combattuto sul da farsi e sulle scelte da prendere, convinto che le parti, per così dire,“in lotta” possano sopravvivere solo a discapito di quella che necessariamente dovrà perire. Insomma, una conflittualità a volte cieca e spesso improduttiva. Il processo di rafforzamento della democrazia politica non ha bisogno di inutili preclusioni rivolte a contrastare l’avversario politico. E neppure è legittimo contrabbandare oggi l’ostracismo. Più che abbandonarsi ad inutili polemiche, se si vogliono affrontare i veri problemi dell’Italia occorre recuperare un costruttivo confronto tra maggioranza e opposizione, abbandonando la logica del conflitto ad ogni costo. Occorre avere il coraggio di trovare tra i diversi schieramenti politici dei punti in comune e degli obiettivi imprescindibili sui quali lavorare, per restituire al Paese il ruolo che gli spetta. Insomma, passare finalmente dal “contro” al “per”.
3.
Il Rapporto ha più volte evidenziato l’indebolimento dei valori alla base della convivenza civile, sociale e politica. Quali dinamiche hanno inciso maggiormente su questo processo secondo la vostra analisi?
Un tema che il nostro Istituto ha più volte affrontato è proprio la crisi della responsabilità e del senso di comunità a cui assistiamo in questi anni. I due elementi – responsabilità e comunità – sono strutturalmente intrecciati, in quanto la responsabilità è una attitudine che l’individuo manifesta nelle relazioni all’interno della cornice in cui è inserito; la famiglia, i gruppi umani con cui si condivide lo stesso spazio, i corpi intermedi in cui si articolano le relazioni sociali, il paese che conferisce una cittadinanza condivisa. Quanto più i legami sociali vengono percepiti come funzionali ad arricchire e a rafforzare l’individuo, tanto più il contesto comunitario acquista valore. Al contrario, quanto più l’individuo si ritiene autosufficiente, tanto meno riterrà cogenti i legami sociali e i vincoli di responsabilità. L’“I care” che ha caratterizzato le stagioni più avanzate dei sistemi democratici moderni, fotografa proprio il nesso inscindibile che collega ognuno di noi al contesto in cui è inserito. Nelle società democratiche occidentali più avanzate il “patto sociale” e la cittadinanza declinano una visione per la quale l’interesse collettivo è, al contempo, il punto di partenza e l’obiettivo delle dinamiche sociali, e anche quando si manifestano conflitti sociali e forti divisioni, questa cornice ha la funzione di moderarli e riportarli ad accettabile unità. Negli ultimi decenni ‒ quelli della globalizzazione rampante e dell’ascesa dell’individuo delle società occidentali a ruolo di protagonista assoluto del palcoscenico sociale ‒ il mercato ha assorbito e mimato alcune funzioni precedentemente svolte dal contesto sociale e dalla comunità. L’individuo può (e deve) sempre più “fare da solo”, poiché i suoi bisogni sono sovraintesi da un sistema che li intercetta prima ancora che si manifestino e che, anzi, li induce anche quando non sono essenziali. La responsabilità si riduce sostanzialmente nella ricerca di affermazione e salvaguardia di un proprio personale spazio “vitale”. La modifica degli equilibri tra individuo e comunità non può che produrre vistosi impatti nel contesto pubblico e sociale, con riscontri evidenti anche in àmbito politico.
4
Il New Delivery Model introdotto con la PAC 23–27 prometteva maggiore flessibilità e attenzione ai risultati, ma ha sollevato diverse criticità, in particolare per le pmi agricole. Quali sono, a suo avviso, le leve su cui dovrebbe intervenire la futura PAC?
Il New Delivery Model ha senz’altro introdotto un cambiamento di paradigma, ma l’idea di una PAC più orientata ai risultati rischia di restare incompiuta se non si semplificano le procedure. È essenziale introdurre strumenti di monitoraggio chiari e standardizzati a livello europeo, che permettano di misurare in modo omogeneo gli impatti delle misure adottate. Al tempo stesso, occorre riequilibrare il sostegno a favore dei piccoli agricoltori. In assenza di questi correttivi, il rischio è che le disuguaglianze si acuiscano e che gli obiettivi della PAC restino sulla carta.
5
L’Italia continua a registrare livelli elevati di rettifiche finanziarie da parte della Commissione europea, a causa di carenze nei sistemi di gestione e controllo dei fondi PAC. Quali azioni ritiene utili per ridurre queste perdite e migliorare l’efficienza della spesa agricola?
Le rettifiche finanziarie rappresentano non solo una penalizzazione contabile, ma anche un segnale di criticità nella gestione dei fondi agricoli. È essenziale rafforzare la capacità amministrativa degli Organismi pagatori, investendo nella digitalizzazione dei controlli, nella formazione del personale e nella semplificazione delle procedure di rendicontazione. Serve inoltre un maggiore coordinamento tra le autorità regionali e nazionali, affinché si riducano le difformità operative che espongono l’Italia a un rischio più alto rispetto ad altri Stati membri. In prospettiva, l’obiettivo deve essere garantire la piena conformità alle normative europee e, allo stesso tempo, tutelare la stabilità dei pagamenti agli agricoltori, scongiurando così la perdite di risorse per il settore primario.
