Non è tempo di bilanci, la maratona sul QFP è appena cominciata

La flessibilità diventa il principio ordinatore del bilancio europeo post-2027.
Per l’agricoltura, questo cambio di paradigma riapre il tema della funzione della PAC.
Tra stabilità e integrazione, si colloca uno dei nodi centrali del negoziato tra Commissione, Parlamento e Consiglio.

GAETANO GULLO

Con la proposta di Quadro Finanziario Pluriennale 2028–2034, la Commissione europea ha aperto una delle partite politiche più complesse della legislatura. Il bilancio dell’Unione definisce la direzione strategica dell’Europa per i prossimi sette anni, orientando priorità politiche, equilibri di spesa e capacità di intervento.

Il nuovo QFP nasce dall’esigenza di rendere il bilancio europeo più flessibile e capace di adattarsi a un contesto in rapido cambiamento. Le tensioni geopolitiche, la transizione climatica, la competizione industriale e le nuove esigenze di sicurezza hanno messo in evidenza i limiti di un’impostazione troppo rigida, fondata su capitoli di spesa separati e difficili da riconfigurare nel tempo. Da qui la scelta di un bilancio più integrato, in cui le risorse possano essere riallocate a seconda delle esigenze.

Questa impostazione non è neutra rispetto alle politiche storiche dell’Unione, come la Politica agricola comune. La PAC è, per sua natura, una politica di stabilizzazione dei redditi, dei mercati e dei territori rurali; un quadro “prevedibile” che ha consentito alle imprese agricole di programmare investimenti e scelte produttive di medio periodo. È per questo che l’agricoltura rappresenta uno dei terreni più sensibili del negoziato. Integrare la PAC in un bilancio fondato sulla flessibilità significa, perciò, affrontare un nodo politico, prima ancora che finanziario.

Le risorse per l’agricoltura nel nuovo QFP

Sul piano formale, la Politica Agricola Comune continua a rappresentare una delle principali politiche di spesa dell’Unione europea. La proposta della Commissione prevede 293,7 miliardi di euro per i pagamenti diretti. Parallelamente, una quota crescente degli interventi a favore dell’agricoltura e dei territori rurali viene ricondotta a un perimetro più ampio, attraverso strumenti integrati e i nuovi Piani nazionali e regionali di partenariato.

Nel loro complesso, tali Piani mobilitano oltre 855 miliardi di euro, di cui circa 453 miliardi riconducibili alle politiche di coesione per le aree urbane, rurali e la pesca. In questo quadro si colloca la proposta di introdurre un “obiettivo rurale”, volto a vincolare gli Stati membri a destinare almeno il 10% delle risorse dei Piani all’agricoltura e ai territori rurali.

Il confronto con l’attuale programmazione PAC 2021–2027, pari a circa 378,5 miliardi di euro, ha alimentato l’ipotesi di un ridimensionamento del 20% dei fondi destinati alla PAC. Una stima che deriva dal raffronto tra la dotazione complessiva dell’attuale PAC e la sola cifra prevista per i pagamenti diretti. Si tratta tuttavia di un confronto parziale, perché isola una singola componente del nuovo assetto finanziario. Nel nuovo QFP, infatti, una parte delle risorse agricole viene riallocata all’interno di strumenti più ampi e trasversali, ridefinendo il perimetro tradizionale della PAC come politica settoriale autonoma.

L’obiettivo rurale e la questione dell’attuazione

L’esempio dell’obiettivo rurale del 10% è utile perché chiarisce la natura della flessibilità introdotta dal nuovo QFP.
Nell’attuale QFP le risorse della PAC erano definite ex ante e collocate in un capitolo di spesa autonomo, facilmente leggibile. Nel nuovo quadro, invece, la flessibilità non riguarda tanto l’ammontare complessivo delle risorse, quanto il modo in cui esse vengono aggregate, allocate e rese accessibili attraverso strumenti più ampi.

A parità di percentuale, l’effetto finanziario cambia radicalmente in funzione della base di calcolo. È questo il punto centrale: la flessibilità sposta il baricentro dal “quanto è stanziato” al “come le risorse arrivano ai destinatari”, introducendo un diverso equilibrio tra politiche e trasferendo un margine più ampio di scelta alle fasi di programmazione e attuazione. Un passaggio che non è neutro, perché incide direttamente sulla capacità dell’agricoltura di affermare le proprie priorità all’interno di strumenti di spesa condivisi.

Se il 10% fosse applicato all’intero ammontare dei Piani nazionali e regionali, le risorse riconducibili all’agricoltura si collocherebbero su livelli prossimi a quelli dell’attuale PAC, almeno in termini nominali. Se invece la base di calcolo fosse limitata ai soli fondi di coesione, l’obiettivo rurale produrrebbe un ammontare sensibilmente inferiore, insufficiente a colmare il divario con la programmazione in corso. Una terza ipotesi, intermedia, basata sui Piani al netto dei pagamenti diretti, consentirebbe solo una parziale compensazione del ridimensionamento nominale.

In questo senso, il confronto diretto con la PAC 2021–2027 rischia di risultare fuorviante. Non perché la questione delle risorse sia marginale, ma perché nel nuovo QFP il nodo centrale riguarda la leggibilità delle scelte di bilancio e la loro traducibilità in interventi effettivamente accessibili alle imprese agricole.

Quando la programmazione è solida e le priorità politiche sono chiare, la flessibilità può aumentare l’efficacia degli interventi. Quando invece la governance è debole, la flessibilità si traduce in incertezza per le imprese e in difficoltà nel trasformare le risorse potenziali in sostegni concreti.

PAC post-2027: governare la flessibilità.

È in questo spazio di tensione che si colloca il dibattito sulla PAC post-2027. A un QFP strutturalmente più flessibile dovrebbe corrispondere una Politica agricola comune altrettanto capace di adattarsi, senza perdere centralità, funzione strategica e leggibilità.

Una PAC intesa esclusivamente in senso tradizionale rischierebbe di risultare troppo rigida e poco compatibile con un bilancio che richiede integrazione e riallocazione delle risorse. Al contrario, una PAC eccessivamente piegata al nuovo paradigma della flessibilità rischierebbe di diventare indefinita, perdendo la propria funzione di stabilizzazione dei redditi agricoli e dei mercati.

In questa chiave vanno letti il superamento della rigida struttura a due pilastri, la proposta di Farm Stewardship – già inclusa nella proposta di regolamento della PAC post-2027 presentata dalla Commissione europea il 16 luglio 2025 – e il processo di semplificazione regolatoria avviato negli ultimi mesi. Sono segnali di adattamento coerenti con il nuovo impianto di bilancio, ma non bastano.

L’introduzione dei Piani di partenariato e il rafforzamento della responsabilità degli Stati membri nell’attuazione della PAC rendono infatti indispensabile definire meglio ruoli, criteri di destinazione delle risorse e meccanismi di attuazione, per evitare che la flessibilità si trasformi in opacità.

Dal “quanto” al “come”

Il confronto istituzionale riflette questa tensione. La Commissione europea difende la flessibilità come condizione di efficacia dell’azione europea. Il Parlamento europeo richiama l’esigenza di stabilità e prevedibilità delle risorse agricole. Con il Negotiating Box elaborato sotto la Presidenza danese, il Consiglio ha spostato il confronto sul QFP dal “quanto” al “come”, assumendo l’impianto della Commissione come base di lavoro e concentrando l’attenzione sulle modalità di attuazione e sulle implicazioni redistributive delle scelte di bilancio. Un passo avanti non risolutivo, ma necessario per far progredire il negoziato, ora nelle mani della Presidenza cipriota.

La maratona sul QFP è appena cominciata. I numeri conteranno, come sempre, ma sarà la visione politica a determinare l’esito finale. La vera sfida non è accettare o respingere la flessibilità del bilancio europeo, ma trasformarla in un moltiplicatore di opportunità per le imprese agricole e per i territori rurali, preservando la funzione strategica della Politica agricola comune.