Il Made in Italy si celebra il 15 aprile. Ma conosciamo davvero ciò che difendiamo?
I NUMERI DEL MADE IN ITALY AGROALIMENTARE TRA PRIMATI E MINACCE.
Giuseppe maria pignataro
Ogni anno, il 15 aprile, l’Italia celebra la Giornata Nazionale del Made in Italy. La data non è casuale: coincide con l’anniversario della nascita di Leonardo da Vinci, il 15 aprile 1452, scelto come simbolo universale di quella creatività, sapienza e cura del fare che da secoli contraddistingue la produzione italiana nel mondo. La Giornata è stata istituita con la Legge n. 206 del 27 dicembre 2023, entrata in vigore l’11 gennaio 2024 ed è primo quadro normativo organico dedicato alla valorizzazione e tutela del Made in Italy. Il logo ufficiale è l’Uomo Vitruviano che rappresenta l’uomo al centro di ogni progresso scientifico e creativo. L’edizione 2026 è la terza ed è la più partecipata: quasi 800 eventi distribuiti su tutto il territorio nazionale ed all’estero, dal 20 marzo al 10 maggio. Tra questi, anche noi come Associazione Italiana Coltivatori (AIC) ed AICO – Associazione Italiana Consumer – parteciperemo con la mostra “Radici, visioni e tutela: il volto del Made in Italy“, ospitata presso la Direzione Generale AIC – Via Nazionale 230, Roma – dedicata alla valorizzazione del prodotto italiano.
Gli eventi si sviluppano lungo le cinque grandi filiere che storicamente identificano il Made in Italy nel mondo, le cosiddette “5 A“: Agroalimentare, Abbigliamento, Arredo, Automazione, Automotive. Con 150 eventi dedicati, l’agroalimentare guida questa mappa identitaria; difatti i numeri nel settore parlano chiaro. L’Italia è il primo produttore mondiale di vino con 47,3 milioni di ettolitri, davanti a Francia e Spagna. È il primo esportatore europeo di pasta, con oltre il 77% delle esportazioni continentali. È leader mondiale nelle produzioni a indicazione geografica con circa 900 prodotti DOP e IGP, un patrimonio che nel 2024 ha generato 21 miliardi di euro. Tutto ciò va a definire l’export agroalimentare complessivo che nel 2025 ha raggiunto il record storico di 72,4 miliardi di euro, con un bilancio economico che è tornato in attivo dopo anni di deficit.

Eppure, accanto a questi primati, esiste un fenomeno che ne ridimensiona la portata reale: l’Italian Sounding. Si tratta della pratica di associare a prodotti agroalimentari – spesso fabbricati all’estero – nomi, immagini, colori e riferimenti geografici che evocano l’Italia a fini commerciali, senza che quei prodotti abbiano alcun legame con il nostro Paese. Dal “Parmesan” al “Prosecco” australiano, dalle salse al ragù prodotte in Nord America alle imitazioni di pesto e prosciutto sugli scaffali di mezzo mondo: un mercato parallelo che, secondo lo studio dell‘Istituto The European House – Ambrosetti, vale circa 63 miliardi di euro a livello globale, superando in valore l’export agroalimentare (cibo). I prodotti più colpiti? Il ragù, con il 61,4% di referenze imitative sugli scaffali esteri (TEHA), seguito dal parmigiano (61%), dal pesto (59,8%) e dal prosecco (58,9%) – un dato che parla direttamente anche al mondo del vino che, proprio in questi giorni, si ritrova a Verona per uno degli appuntamenti più attesi del settore: il Vinitaly, giunto alla sua 58ª edizione.
| PRODOTTI VENDUTI ALL’ESTERO | ITALIAN SOULDING | % VERO ITALIANO |
| RAGU’ | 61,4 % | 38,6 % |
| PARMIGIANO | 61,0 % | 39,0 % |
| PESTO | 59,8 % | 40,2 % |
| PIZZA SURGELATA | 59,3 % | 40,7 % |
| PROSCIUTTO | 59,2 % | 40,8 % |
| PROSECCO | 58,9 % | 41,1 % |
| SALAME | 58,5 % | 41,5 % |
| OLIO EVO | 56,8 % | 43,2 % |
Su questi temi il Presidente di AIC, Giuseppino Santoianni, è intervenuto con chiarezza già diverse volte. Commentando la crescita delle importazioni di olio d’oliva a basso costo, ha sottolineato come questa dinamica rischi di comprimere i margini degli olivicoltori italiani, già esposti a rincari significativi, richiamando l’urgenza di rafforzare i controlli lungo tutta la filiera. Come ha già evidenziato il Presidente Santoianni: «Il fenomeno dell’Italian Sounding e delle pratiche ingannevoli è sempre pronto a insinuarsi nelle maglie del mercato, depredando valore al vero Made in Italy e minando la fiducia dei consumatori»
Ma c’è un dato che restituisce fiducia. Secondo la stessa ricerca TEHA, in mercati come Cina, Giappone e Canada circa sette consumatori su dieci cercano attivamente prodotti italiani autentici, senza dare priorità al prezzo. In Germania, il 72% dei consumatori dichiara di preferire il vero Made in Italy. La domanda c’è, ed è enorme. Per intercettarla, però, serve anche la consapevolezza di chi acquista ogni giorno. Leggere un’etichetta, riconoscere un marchio DOP o IGP, scegliere con attenzione prima di mettere un prodotto nel carrello: sono gesti semplici che hanno un peso reale. La difesa del Made in Italy agroalimentare non passa soltanto dalle istituzioni o dagli accordi internazionali. Comincia, concretamente, da una scelta quotidiana.
