Dazi e agroalimentare: gli scenari aperti dalla “tregua” tra USA e UE a Turnberry

Vino, olio e formaggi sono simboli che si apprestano ad essere alfieri della competitività dell’Ue nella nuova geografia del commercio internazionale inaugurata dal presidente Trump

GAETANO GULLO

Dalla mezzanotte del 6 agosto (6.01 del mattino del 7 agosto in Italia) sono entrati in vigore i dazi annunciati dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che colpiranno 92 Paesi con aliquote differenziate tra il 10 e il 50%, le più alte degli ultimi cent’anni. La guerra commerciale – iniziata il 2 aprile 2025, ribattezzato “Liberation Day” – rappresenta una svolta nella strategia americana: liberare l’economia statunitense da quello che la Casa Bianca definisce un sistema di scambi “ingiusto”, responsabile di aver “derubato” gli Stati Uniti per decenni, oltre che uno strumento per ridurre il debito federale. Da allora, la politica di Washington è stata segnata da revisioni e sospensioni, incidendo sulle catene di approvvigionamento globali, sugli investimenti e sull’andamento dei prezzi e delle quantità dei beni sottoposti a misure tariffarie.

In questi mesi, il dazio medio effettivo – che misura il peso reale delle tariffe sugli scambi – è quasi quadruplicato, passando dal 2,3% pre-Trump all’8,8%. La Cina ha registrato l’impatto più pesante – dall’11% al 48% – ma anche l’Europa ha subito un balzo notevole, dall’1,3% al 6,7%. L’Italia, pur nel quadro dell’UE, è salita dal 2,1% all’8%, seconda solo alla Germania [elaborazioni ISPI su dati US ITC].

Un contesto magmatico in cui hanno trovato spazio anche accordi “riparatori”, come quello tra UE e USA siglato a Turnberry, in Scozia, che introduce una tariffa unitaria del 15% su gran parte dei beni europei destinati agli Stati Uniti, accompagnata dall’impegno europeo ad acquistare energia e armi dagli States.

Secondo uno studio del Parlamento europeo, per l’agroalimentare – settore che vale 7,9 miliardi di export, il 98,5% composto da prodotti finiti – un dazio del 15% determinerebbe un aumento dell’11% dei prezzi e una contrazione della domanda Usa dell’8,8%: una perdita per l’Italia di circa 440 milioni l’anno.

A guidare la lista dei comparti più esposti il vino, con 2 miliardi di euro di export (25,1% del totale agroalimentare verso gli USA e 23,6% dell’export vinicolo mondiale). Seguono i formaggi (546 milioni) e l’olio extravergine d’oliva, che da solo rappresenta il 30% delle vendite oltreoceano. Prodotti spesso legati a denominazioni d’origine – dai grandi formaggi Dop ai vini Docg e agli spumanti – che costituiscono oltre il 26% dell’export [elaborazione AIC su dati CREA]. A rischio anche pasta e altri derivati dei cereali (1,2 miliardi) [Dati CREA].

Filiere che si preparano a difendere il proprio posizionamento sul mercato USA, assorbendo l’impatto di lungo periodo dei dazi senza intaccare margini e i né cedere sul piano del prezzo. Nel comparto vinicolo, accanto alla ricerca di nuovi sbocchi in Asia, Sud America e Africa, cresce la pressione per assorbire l’extracosto senza intaccare l’immagine del vino italiano come prodotto premium. Nel lattiero-caseario, il consorzio del Parmigiano Reggiano, per difendere la non replicabilità del proprio prodotto, ha annunciato un potenziamento delle attività promozionali negli Stati Uniti, con l’obiettivo di ancorare il valore del parmigiano non solo alla qualità organolettica, ma soprattutto alla sua funzione culturale. Sulla stessa scia la filiera olearia che, in seguito a una contrazione dei consumi dovuta ai rincari legati alla scarsità della produzione mediterranea, sta puntando sulla fidelizzazione di quei consumatori – in particolare nella parte orientale del Paese – per cui l’olio conserva un’elevata densità simbolica.

In uno scenario di tensione prolungata, questi comparti hanno capito che la partita a tutela del Made in Italy non è solo commerciale. Vino, olio e formaggi sono simboli identitari che possono essere trasformati in strumenti di proiezione geopolitica. Per questo non basta chiedere compensazioni: serve investire in tracciabilità, certificazioni di sostenibilità e strumenti digitali, valorizzando il rispetto di norme e standard europei quale leva competitiva e fattore di credibilità internazionale. Tanto più in un mercato come quello statunitense, dove il consumatore tende ad associare alle tipicità italiane non solo una qualità nutrizionale, ma anche un’identità culturale e sociale, costituendo così un argine al fenomeno dell’Italian Sounding e una difesa contro il rischio di Trade Diversion.

Proprio su questa capacità di unire radici culturali, sociali e regole l’Europa può edificare la propria strategia commerciale post-Liberation Day. Se l’ordine internazionale non aveva bisogno dei dazi del Presidente Trump, l’accordo UE-USA – da accettare sì, ma “senza entusiasmo” – offre tempo prezioso per accelerare, nel solco del Rapporto Draghi, la realizzazione di un Piano europeo per la competitività.

Nella dinamica di una partita -quella del Commercio internazionale – che gli Stati Uniti stanno giocando in modo aggressiva e imprevedibile, l’agroalimentare può assumere per l’Europa il ruolo dell’alfiere in una “Difesa Siciliana”: la pedina che, nella celebre apertura, è capace di orientare la tattica di contenimento della politica tariffaria di Trump, consolidare la posizione dell’UE nello scacchiere internazionale e offrire stabilità alle esportazioni europee di fronte a una tregua fragile come quella di Turnberry.

LA PAROLA

Trade Diversion

Fenomeno per cui, a seguito dell’introduzione di dazi o barriere commerciali, i flussi di importazione si spostano verso Paesi non colpiti da tali misure, penalizzando esportatori più efficienti e complicando l’accesso a nuovi mercati.