di Roberta Notari

Verstecken20/11/2016

“Flessibilità” del lavoro è una parola che fa parte del lessico comune oltre ad essere motivo di dibattiti economici e politici.

In Italia i primi contratti a tempo risalgono al 1997 regolati dal “Pacchetto Treu” (Legge 24 giugno 1997, n.196), riguardante “norme in materia di promozione dell’occupazione”.

Tale legge ha introdotto, dei provvedimenti a favore dell’occupazione in base al principio di una maggiore flessibilità come il contratto di lavoro temporaneo o interinale, i tirocini in azienda, le borse lavoro o ne ha modificati altri già in essere come il part-time, il contratto di formazione lavoro, quello di apprendistato, i lavori socialmente utili e la formazione professionale.

Ma si deve attendere la Legge n. 30 del 2003 vale a dire la “Legge Biagi” e il Decreto legislativo n. 276, per dare completezza alle modifiche di regolazione dei rapporti di lavoro. Infatti, numerosi sono i contratti che essa ha introdotto o modificato con l’obiettivo di ridurre il tasso di disoccupazione attraverso un mercato del lavoro sempre più flessibile, migliorando l’efficienza e supportando politiche attive per il lavoro.

 

Se da un lato si aprono ampie occasioni per valorizzare le potenzialità professionali del lavoratore, dall’altro la flessibilizzazione del lavoro comporta l’indebolimento delle garanzie e delle tutele, l’affermarsi di disuguaglianze tra gruppi di lavoratori, il rischio di perdita del posto, l’incertezza del futuro, prospettive di inferiorità e di esclusione sul piano economico e sociale, in una parola il rischio dello sconfinamento nel precariato…(continua)